Giuseppe D'Avenia D'Andrea

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Ballate d’Argilla: dall’idea alla realizzazione

Ballate d’Argilla: dall’idea alla realizzazione

 

Sono passati quasi due anni da quando, di ritorno dall’Irlanda ed in seguito alla morte di mia Madre, mi sono tuffato in questo progetto con “anima, corpo, cuore e mente” . Una creatura artistica che ha scelto da sola il nome con il quale desiderava essere battezzata : Ballate d’Argilla.

È  l’estate del 2014 quando mi ritrovo in un bar di Policoro seduto con il mio caro amico d’infanzia Massimiliano Selvaggi. Beviamo qualcosa insieme, felice di ritrovarci con sincerità. È da tempo che non ci vediamo. Ognuno parla delle idee in cui è coinvolto. Massimiliano mi parla del progetto di storytelling territoriale denominato P-stories, già in corso. Io gli parlo del mio viaggio in Irlanda, di mia Madre, della nostra terra, delle nuove idee culturali, della Musica. Molte delle nostre visioni individuali confluiscono nello stesso sentiero, sebbene con linguaggi diversi: l’amore per il nostro territorio, per la nostra Terra di Pisticci, del Metapontino, della Lucania, del sud Italia……………..

Erano passati molti anni da quando avevo iniziato ad appassionarmi alle nostre tradizioni, alla cultura, alla storia e all’antropologia. Era l’anno 2000 (anno più, anno meno) quando iniziai a tuffarmi  nella  lettura e nello studio approfondito di libri che mi illuminassero per comprendere meglio la nostra e altre culture. Ispirato, iniziai a scrivere le mie prime ballate e i miei primi brani strumentali che narravano del nostro territorio, alla ricerca di un linguaggio artistico personale per esprimere musicalmente questi racconti attraverso la mia percezione delle “cose”, del mondo.

Da quell’ incontro con Massimiliano nacque spontaneamente l’idea di realizzare un album musicale dedicato alla nostra Terra con il quale  raccontare il passato da una prospettiva moderna, dallo sguardo emotivo del cittadino moderno, con tutti i turbamenti e le gioie che interessano le nostre vite,  in questa Terra meravigliosa ma piena di problemi, causati più dall’uomo che dal territorio in quanto tale,  che invece ci dona i suoi frutti con gioia e generosamente, come una Madre.

Così ho iniziato a lavorare seriamente sul progetto, rispolverando ballate che erano state scritte più in forma di bozza che in versioni definitive e iniziando a scriverne di nuove.

     Gli antenati: loro mi hanno soffiato l’ispirazione quale premio di un progetto originale che comportava un sacrificio enorme. E la mia Terra questo lo sapeva: man mano che andavo delineando il progetto mi sussurrava nuove parole, nuove note e nuovi sentieri da percorrere per arrivare a registrare quei racconti sonori. L’ispirazione del progetto mi è arrivata direttamente dai Padri, dall’Argilla, dai calanchi, dal canto silente della nostra terra.

Per ogni brano ho cercato di creare la veste musicale più appropriata per rappresentare il racconto. Ho usato varie accordature di chitarra alla ricerca di sonorità narrative. L’intento è stato quello di tradurre questi racconti in immagini acustiche sulla Lucania,  attraverso il linguaggio musicale.  Lontano da pizziche e tarantelle tradizionali.

La registrazione dei brani finali che trovate sull’album conserva un “non so che” di crudo, di vero, di non impacchettato, di genuino. Nello stesso tempo però le ballate presentano un gusto delicato, ricercato. Essendo un album autoprodotto e non avendo alle spalle etichette, sono fiero del risultato. Nella speranza di avere regalato nuovo materiale culturale alla nostra terra, da consegnare (da tradĕre) alle nuove generazioni, per non dimenticare, per raccontare i tempi attuali, caratterizzati dalla scomparsa di alcuni simboli tradizionali che rappresentavano i nostri punti di orientamento. Cosa tipica delle culture meno globalizzate e più autentiche.

     Nel digipack sono contenuti 1 cd + booklet di 48 pagine, con testi scritti in vernacolo pisticcese e tradotti in italiano e inglese, con presentazione e note antropologiche/ storiche sul contenuto di ogni brano. L’importanza del dialetto come elemento culturale e sonoro da difendere e preservare dall’incessante martellare dell’“uniformizzazione culturale” .  La voglia di comunicare il nostro dialetto per rendere le ballate fruibili anche da parte di un pubblico meno locale è più internazionale. Nelle ballate d’argilla, l’approccio alla tradizione è più nei testi che nelle musiche, alle quali invece ho cercato di dare un taglio più personale e visionario, alla ricerca della contaminazione sonora. Alcuni testi  –  come “Pakkiànə”, un inno alle tradizioni che scompaiono,  e “Pùrə l’àcquə jàrdə, testo di Luca Amodio – sono poesie in vernacolo degne di essere definite tali.

Le ballate trattano di storie reali, leggende, del mito, di simboli ancestrali, del mondo magico, religioso e spirituale del popolo lucano – e più in generale dei popoli europei e del mediterraneo. Sono racconti sui normanni, sui greci, su personaggi fantastici e reali della vita quotidiana di un tempo passato e di quello presente;  sono riflessioni sul contrasto tra tradizionale e moderno, identità e diversità; sono immagini proiettate dal suono di chitarre acustiche, percussioni mediterranee, bodhran, uillean pipes, flauti etnici, kùpa-kùpə, contrabbasso, voci femminili, mashili, voci bianche e voci narranti, zampogna, arpa popolare, violino, viola, fiddle,tromba, maschitti, diamonica.

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