Giuseppe D'Avenia D'Andrea

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Ballate d’Argilla: memoria, comunità e paese

Corso Margherita: l’ombelico di Pisticci

pisticci_deserta  CORSO MARGHERITAQuesto luogo   sacro da   sempre   scandisce lo   scorrere delle   stagioni   dell’anno   locale, della   nostra vita   individuale e   comunitaria.   Oggi l’orologio   si é inceppato.   Vivendolo il corso si  poteva leggere  il movimento delle lancette, che segnavano le ore nel rapporto tra tempo e comunità. Qui i paesani si sono sempre incontrati: per socializzare, per prendere una boccata d’aria, per corteggiare; per passeggiare con il piacere di incontrare amici e conoscenti con cui scambiare due chiacchiere, per incrociarsi con sguardi, sorrisi e antipatie; per poggiare il piede o la spalla su uno dei muri che arginano le sue sponde in quel fluire di gente, e lasciarsi scaldare come lucertole al sole; per sedersi sui gradini (lə pësùlë) degli usci, di porte e portoni, che si affacciano sul corso.

In quel posto non ti senti solo; e comunque, anche se pensi di esserlo, sai di appartenere ad una comunità, ad una famiglia più estesa di quella domestica, che in un certo qual modo condivide con te qualcosa di profondo:  il tempo e lo spazio in cui vivi, la mentalità, le tradizioni, l’ aria che respiri, sebbene ognuno abbia una propria vita individuale. Non è come quando ti trovi in una città o terra in cui ti senti straniero, dove nessuno conosce te, la tua famiglia ed il tuo vissuto. Il paese è come una grande campana di vetro che ti protegge, facendoti perdere il senso della dimensione reale alla quale senti di non appartenere, più grande e indomabile di quella nella quale ti senti ammantato e al riparo.

Che poi, cos’è mai la realtà? Probabilmente solo la percezione di qualcosa, non la verità ultima.

Corso Margherita è un luogo sospeso. E mentre lo vivi non ti fa accorgere del risucchio, del vortice spazio-temporale a cui sei soggetto.

Nel Corso, soprattutto i più giovani passeggiano su e giù, in un moto rettilineo, mentre su un piano dimensionale più grande il Mondo gira seguendo un moto circolare, indifferente agli infiniti ed immaginari solchi tracciati dalle suole delle tue scarpe; un moto circolare lento, a cui prestiamo poco attenzione, impercettibile quale è,  come il cambiamento in continua evoluzione. “Eppur si muove“: il mondo muta e con esso le cose del nostro piccolo ed amato mondo. Qui , soprattutto in alcune fasi della nostra età, il Tempo scorre senza pensieri e tu, ti tuffi in quel lento fluire.

E’ allora che puoi godertelo meglio:

  • quando da bambino corri spensierato con quel senso di libertà che muove le tue gambe ancora fragili sorridendo al vento con lo sguardo perso verso l’alto;
  • quando lì incontri gli amici e con loro ti fermi a parlare per ore ed ore, mentre il Tempo si ferma ad ascoltare scorrendo ancora più lento del solito e la società urbana ed industrializzata continua a correre, anche essa come un bambino, senza sapere dove;
  • quando infatuato, esci fuori di casa nella speranza di incrociare lo sguardo di chi ti fa pulsare in modo sincopato il cuore al ritmo tribale dell’Amore, nella speranza che possa succeder quel qualcosa che la tua mente ha già vissuto in realtà immaginarie;
  • quando esci con il tuo mondo, i tuoi pensieri, le tue convinzioni, i tuoi pregiudizi, le tue paure e gioie, portandoli a spasso lì.

Quanto tempo abbiamo “tras- Corso”  nel Corso”? Quanti ricordi preziosi ed intimi ci legano a quel luogo?

Lì viviamo la nostra infanzia, fanciullezza, adolescenza, maturità, vecchiaia: la nostra Vita. Mentre cresci, il legame con questo luogo si fa più forte con il passare degli anni, senza accorgertene. Che tu lo desideri o meno, la tua anima ed i tuoi ricordi sono e saranno ad esso legati, per sempre .

Il corso è lì, è sempre lì: se ti fermi a viverlo, ti sussurra che puoi accontentarti di poco, vivendo nella semplicità del Paese; o magari ti stimola ad andare via, a scappare, a fuggire per inseguire i tuoi sogni che lì non puoi vivere. E’ un po’ come il vecchio saggio orientale che ti sussurra le parole che vuoi sentirti dire, la verità che si adatta ai tuoi pensieri, alle tue aspettative, ai tuoi cred”i”. Anche se è fatto di cemento è un luogo spirituale: è come un Grande Albero sacro, sotto la cui ombra potrai rifugiarti ogni qual volta vorrai. Ma quel rifugio è una lama a doppio taglio.

Il punto è che col passare degli anni il suo spirito, il suo umore non sono più gli stessi; quelli  di un tempo passato, del suo periodo d’oro, gli anni sessanta-settanta – e forse anche prima. In quel periodo il paese ha avuto una breve impennata di benessere illusorio, effetto della industrializzazione.

In relazione al tempo il Corso (e più in generale il paese)  non subisce grandi mutamenti se consideri la sua struttura architettonica  –  sebbene anche sotto questo aspetto i cambiamenti sono evidenti e visibili. Ma ciò non è quello che preoccupa davvero. Queste riflessioni le fai non perché focalizzi il luogo, il “Corso”, in rapporto a te stesso.  No, non è niente di tutto ciò. La cosa che mi turba è il pensiero del Corso in relazione  alla comunità.

Vedi il tuo paese come una persona che ami immensamente  e che oggi ti appare moribonda, malata, silenziosa, triste. Ti ferisce la percezione che in quel luogo non ci sia niente della energia passata, che hai avuto la fortuna di vivere e vedere, in una fase della tua età, in una fase della età del Corso, del paese

I giovani sono pochi e senza speranza in rapporto al luogo. La vita non si è rigenerata, le nuove generazioni non danno il cambio alle vecchie in termini di numero.  Hai come l’impressione di vedere i pochi fanciulli che animano il Corso come dipinti in un quadro dalle atmosfere crepuscolari: crepuscolari per la storia del nostro paese.

Puoi accorgerti del tempo che passa guardando i solchi scavati sui visi di persone che conosci da quando eri fanciullo, anche solo di vista. Ma questo è naturale, può turbare ma fa parte del gioco della vita. Ciò che fa male è vedere il tuo paese stanco, il più stanco di tutti i vecchi, rassegnato, seduto solo su una panchina a ricordare le sue corse infantili o quando il suo fisico era vigoroso e  i sogni di un futuro migliore si riflettevano nello splendore della sua comunità; una comunità viva, fulgida e salubre.

Corso Margherita: quanti ricordi. Il sorriso raggiante di mia Madre che sta sull’uscio del negozio, in uno dei locali del corso dove avevamo la boutique di abbigliamento; posso ricordarmela ovunque presente in quella via centrale del paese, focalizzando i preziosi momenti vissuti insieme. Sono come acquerelli alla Hugo Pratt impressi nella mente, nel cuore, nell’anima. Vorrei ritornare a vivere quei momenti per riabbracciarla e non lasciarla  più andare via………Madre cara.

E le immagini dei momenti vissuti nel Corso? Quante!! Un palloncino che vola in alto durante le feste di San Rocco; i vecchi marciapiedi che ora non ci sono più; porte, e locali modellati nel tempo, che hanno ospitato chissà quante attività commerciali, persone, vite. Ed ogni porta dei locali del corso è come un tuffo in una dimensione ulteriore”. Ogni “luogo del luogo” ha una sua sacralità: ricordi, suoni, colori, odori, sensazioni. Il bar Ruvo, bar dei F.lli Francoe e Pasquale Silletti, bar Castronuovo, bar Vena, bar  della famiglia Cufaro – con Rocco e sua moglie; il locale di Zìj Artùrə dove si giocava a ping pong e potevi bere gassose come fossero le bibite più squisite al mondo; il supermercato dei F.lli Ricchiuti, le boutique d’abbigliamento della famiglia Rizzi, Pazza Idea, Santantonio; il negozio di Rocco Florio dove mi incantavo a guardare giocattoli esposti nella vetrinetta e dove mi compravano maschere e accessori per il carnevale;  le gioiellerie di Valente e di Siervo. Il laboratorio di fotografia di Amedeo Fanuzzi, la bottega di elettrodomestici dei F.lli Viggiani e Pagetta , la gelateria ed il negozio di scarpe gestito da Gilda; macellerie varie tra cui quelle di Pietro Maramarco, la farmacia del dott. Delfino, lo storico fotografo Michele Caruso. Ed in fondo al corso, il forno di Zìj Caetànə , l’edicola di Rocco Silletti.  Vicino al vecchio convento la tabaccheria di Italo Vena, il negozio di dischi di Angelo Trotta, la farmacia Galante.

E’ vero, quando si vive la quotidianità della vita di paese ci si scontra, critica, è difficile sopportarsi; come d’altronde avviene in nuclei comunitari più piccoli, come può essere quello familiare.

Ma i ricordi di quei luoghi, di quelle persone sono sacri. Hanno fatto parte della tua vita.

Quanta gente non vedi più: chi è passato a miglior vita, chi è emigrato, chi è vecchio ormai e rintanato chissà dove pensando ai tempi che furono; chi si è trasferito a Marconia. Qualcuno dei nomi di commercianti che ho citato è ancora lì, fedele custode, ultimi baluardi del Corso. O i loro figli continuano il mestiere dei padri come custodissero il santo Graal. Ma i locali vuoti, con saracinesche abbassate, sono sempre di più e la desolazione soffia silenziosa e solenne. Un silenzio rombante sui ricordi sussurrati dalla memoria.

La foto del Corso desolato, caro Danilo Borraccia, ha scosso i miei pensieri. Da molti anni ho una consapevolezza profonda del momento storico che “ci vive”, e che non viviamo pienamente come vorremmo, come potremmo; una visione nitida.

Non siamo abituati a pensare alla mobilità, allo spostamento, all’emigrazione, al cambiamento: soprattutto quando hanno una connotazione negativa. Sono parole scomode, che suscitano insicurezza, lontananza dalla patria e dalla famiglia. Eppure molti nostri compaesani sono andati via in un passato non troppo lontano; i pisticcesi emigrati in Canada potrebbero confidarci chissà quali dolori, nostalgie ed insegnarci tanto. Storicamente non siamo navigatori, avventurieri. Il viaggio non ci appartiene culturalmente.  Forse è il cambiamento che ci turba: preferiamo l’immobilità di tutto ciò che ci circonda, l’immanenza. Ci danno sicurezza, pur consapevoli del prezzo da pagare . Nell’era di una urbanizzazione sempre più accentuata, dell’esodo massiccio verso le città, della mobilità sempre più frenetica di merci e persone ad una velocità e ritmi inconcepibili, noi viviamo fuori dal tempo, lontani dalla storia che sfiora le nostre vite, conscia ma incurante. Ora che guardiamo dritto  negli occhi il cambiamento, la nostra esistenza è scossa.  Amiamo la nostra Terra e non riusciamo ad abbandonarla, nonostante qui nulla accade e nulla viene fatto accadere, se non come eventi eccezionali, rari, speciali.

In fondo non siamo così diversi dalla nostra argilla, apparentemente immobile, fragile. Ha un ritmo suo che non tiene conto dei ritmi del mondo.

Ho cercato di tradurre tutto ciò in Ballate d’Argilla seppure con un approccio diverso,  meno sofferto, più sognante, più dolce, meno amaro ma nello stesso tempo profondo, artistico, passionale.

Ciò che possiamo fare caro Danilo è mantenere vividi i nostri ricordi, la nostra memoria di popolo, cercando di custodire quanto più a lungo possibile la nostra identità culturale, proteggendola al riparo dal vento della globalizzazione economica più che culturale – un uragano sociale che ci sta spazzando senza scrupoli.  Una identità che, se utilizzata con saggezza, potrà essere un ottimo mezzo per affrontare la diversità, l’ignoto, il viaggio, un faro, un riferimento, un passaporto del buon senso, una valigia di sani valori che abbiamo ereditato e che ci potrà accompagnare verso nuove mete. Perché, per quanto se ne possa dire, siamo un popolo pacifico se si considera quanto sta accadendo nel mondo. Se non perderemo la consapevolezza di chi siamo, del luogo di appartenenza, nemmeno noi ci perderemo. Perché nel caos della modernità e dei nuovi valori il rischio è quello di perdere i riferimenti. Dobbiamo migliorarci, crescere, capire, confrontarci ma non perderci. Capire gli altri popoli e approfondire la loro e la nostra conoscenza.

Il progetto P-stories degli amici Massimiliano Selvaggi e Luigi Vitelli ha fatto una bella cosa, dando a tutti l’opportunità di salire sul palco da protagonisti per raccontare le memorie individuali e della comunità. Dobbiamo esprimerci, condividere, piangere e sorridere insieme, ricordare dei luoghi e del tempo che stiamo vivendo: insieme. La storia è più grande di noi.

Insieme con Amore, in un abbraccio tra Terra, comunità, memoria storica, tradizioni, affinché l’individuo non si senta mai solo.

Le carezze più belle che posso fare al mio antico paese sono le Ballate d’Argilla con cui gli canterò  della storia e del dolore comune. L’arte per andare oltre lo spazio e il tempo. Per sperare e sognare. La musica come mantello del Silenzio.

Giuseppe © D’Avenia D’Andrea